Ancora prima di dire «mamma»

I bambini imparano la grammatica

Fin dagli 8 mesi il loro cervello è capace di distinguere i suoni delle voci, di capirne le modalità di linguaggio usato e di farle proprie prima di cominciare a parlare

di Cesare Peccarisi

 
 Prima che pronunci la fatidica parola “mamma” che tutti i genitori del mondo aspettano con ansia di sentir dire dal proprio bambino, il suo piccolo cervello ha già capito quali sono le buone regole dell’italiano, o dell’inglese, del tedesco o del russo - a seconda della su nazionalità -, tant’è vero che da quel momento lo sviluppo del suo linguaggio diventa quasi prorompente. Come i neonati riescano a progredire così in fretta e molto meglio di quanto potrà mi fare un adulto è sempre stato un mistero e già una decina d’anni fa Patricia Kol, condirettore dell’Institute for Learning and Brain Sciences dell’Università di Washington aveva pubblicato su Nature Neuroscience uno studio in cui, paragonandoli ai passerotti che imparano a cinguettare da mamma passera, ipotizzava che si avvalessero di strategie computazionali simili a quelle di un computer per selezionare i caratteri statistici e prosodici del linguaggio con cui individuare fonemi e parole.

Magnetoencefalografia

  Adesso è riuscita a dimostrarlo: esaminando neonati di 7-11 mesi con uno speciale modello di magnetoencefalografia messa a punto appositamente per uno studio pubblicato su Pnas,
ha visto che fin da quando hanno 8 mesi il loro cervello è capace di distinguere dagli altri rumori i suoni delle voci, di capirne le modalità di linguaggio usato e di farle proprie prima di cominciare a parlare. La MEG, acronimo dell’inglese magnetoencephelography, è una macchina di visualizzazione della stessa famiglia della famosa TAC o della più recente risonanza magnetica, ma la sua minima invasività e rapidità la rendono particolarmente adatta a studiare il cervello dei bambini. Nata per scopi militari, delinea l’attività del cervello a riposo e poi, in un solo minuto, ne segue l’attività elettrica in risposta a un determinato stimolo, catturando una mappa elettrica cerebrale ogni millisecondo: in confronto la risonanza magnetica funzionale di ultima generazione non va oltre un’acquisizione ogni tre secondi. In questo modo è stato possibile osservare quasi in diretta cosa succede nei circuiti cerebrali dei neonati, verificando che individuano i differenti suoni del linguaggio già a 8 mesi, quando cioè il loro cervello comincia a mettere a fuoco i suoni dell’ambiente che li circonda e li organizza in schemi da utilizzare per quando sarà il momento di parlare.

Strategie innate

  Verificato con la MEG che per il neonato sentir parlare troppo in fretta è un grosso problema perché non riesce a dividere bene le parole fra loro, i ricercatori hanno provato a parlargli lentamente scandendo bene le parole, come si fa solitamente con i bambini, e ha funzionato perfettamente. In questo processo di schematizzazione ci sarebbero addirittura delle “preferenze neuronali”: i circuiti si attivano di più se a leggere una fiaba è la voce della mamma, piuttosto che quella di un’altra donna. C’è anche una preferenza di lingua: a 9 mesi d’età negli americani i circuiti si attivano meglio se sentono parlare inglese, negli olandesi se sentono parole olandesi. Da questa scoperta deriva l’importanza di parlare al bambino il più precocemente e il più facilmente possibile in modo da fornirgli le basi logiche con cui costruire lo schema del suo linguaggio e, come dicono gli autori, si dimostra anche che il cervello non è una tabula rasa come pensava Skinner, né che il bambino nasce “letterato”, come pensava Chomsky. Ciò che di innato hanno i bambini sono le loro sorprendenti strategie di apprendimento che noi adulti dobbiamo contribuire a far crescere e che da sempre, in fondo, aiutiamo inconsciamente modificando il linguaggio quando ci rivolgiamo a loro con la tipica intonazione che usava Paolo Villaggio nel film «Senti chi parla», doppiando un bebè che continuava simpaticamente a chiedersi come mai la gente gli parlasse come se fosse un po’ scemo.

Corriere Della Sera, 24 luglio 2014



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